La regionalità nella lessicografia italiana

Carla Marello, Salvatore Claudio Sgroi (2015), in L’Italia e le sue Regioni, Treccani
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Dall’Ottocento in poi il dizionario monolingue della lingua nazionale in Europa ha rivestito, almeno agli occhi dei cittadini non linguisti di professione, il ruolo di depositario della norma. Si sono individuati dizionari più autorevoli di altri perché frutto del lavoro di accademie create a tale scopo o del lavoro di un lessicografo prestigioso.

[…] le edizioni che apparvero nel primo ventennio del secondo dopoguerra […] sono accomunate dalla caratteristica di descrivere un italiano fondamentalmente scritto e di conseguenza mostrano una scarsa apertura nei confronti dell’italiano parlato e della sua intrinseca regionalità.

[…]

Che la lingua di una comunità, magari di milioni di parlanti nativi come l’italiano, si caratterizzi come una realtà perfettamente omogenea, ‘uguale’ e indifferenziata per tutti i parlanti, anche colti, di tutte le regioni di un Paese, in tutte le sue occasioni d’uso, è un’idea forse che poteva essere vigente nella scuola e nella società di cinquant’anni fa: non lo è certamente più oggi, né nella scuola né nella società.

[…]

Le ragioni della presenza di tratti dialettali nella lingua nazionale, quale risultato del contatto interlinguistico, ovvero del ‘prestito interno’, sono diverse: dal bisogno di disporre di termini che presentano già lessicalizzati concetti invece espressi con giri di parole o sintagmi nella lingua nazionale (logicisticamente e neopuristicamente si tratta dei cosiddetti prestiti di necessità o «regionalismi obbligati» (Telmon 2009, p. 103), oppure di termini che presentano connotazioni locali, di particolare espressività, inesistenti nella lingua nazionale (in ottica neopuristica ‘prestiti di lusso’, cioè non giustificati). Ma per dirla con Mario Alinei, i dialettalismi al pari dei prestiti derivanti da lingue di prestigio, sono ‘doni’ (segnici e semantici) che arricchiscono le lingue riceventi. Rifiutarli per principio significherebbe assumere un comportamento da ‘maleducati’.

[…]

Se la regionalità di una lingua riguarda tutti i classici livelli di analisi (ortografico, fonologico, morfologico, sintattico, lessicale), va detto che solo alcuni aspetti diatopici della lingua sono segnalati in un dizionario. Ovvero la componente fonologica e ortografica è praticamente assente.

[…]

Un dizionario[,] in quanto foto degli usi soprattutto lessicali, e poi ortografici, fonologici, morfologici e in parte sintattici della lingua di una comunità di parlanti[,] registra anche la regionalità della lingua nazionale.

[…]

Da segnalare ancora, particolarmente rilevante per l’ottica qui adottata, il pacchetto di voci Regionali (RE), di diffusione cioè locale, non panitaliana, non sempre di origine dialettale […] e voci Dialettali (DI) […] (ancora più locali).

[…]

Per quanto riguarda il problema della regionalità qui messo a fuoco, la definizione di regionalismo e in particolare la distinzione tra RE (Regionalismo) e DI (Dialettalismo), non è invero né pacifica né univoca tra gli studiosi […]. Stando alle definizioni indicate nel De Mauro 2000 (p. XVII) con regionale si indicano «vocaboli, in parte, ma non necessariamente, di provenienza dialettale, usati soprattutto in una delle varietà regionali [i.e. locali] dell’italiano, specificate di seguito in forma abbreviata». Invece con dialettale «sono […] marcati vocaboli avvertiti come dialettali e circolanti in quanto tali in testi e discorsi italiani, con indicazione abbreviata del dialetto».

[…]

DIALETTALISMI PANITALIANI, NAZIONALI (EX REGIONALISMI) […] Si tratta di voci di origine dialettale (ovvero con etimo diacronico dialettale, cioè etimologicamente dialettalismi) ma ormai (geograficamente e sincronicamente) panitaliane e quindi (diatopicamente) ex regionalismi.

[…]

foiba, naia, ribolla (dal friulano) […] barbera, brocco, brogliaccio, (cavolo) cappuccio, cicchetto, fonduta, fontina, gianduia, grissino, mortizza, pappardella (fig.), pelandrone, ramazza, travet (dal piemontese) […] marachèlla, prosécco, scalogna (dal triestino), bugigattolo, cagnara, fusoliera, ghetto, gnocchi (alim.), imbranato, madrigale, maraschino, mogio, naia, pantalone (maschera), pettegolo, scambi, traghettare (dal veneto), […] appalto, arsenale, burrasca, calmiere, carena, ciao, doge, ghetto, giocattolo, gondola, palombaro, pantalone (maschera), pontile, proto, (in) quarantena, razza (itt.), regata, scandaglio, scansìa, scontrino, scovolo, serramanico, traghetto (dal veneziano) […] abbaino, acciuga, (la) boa, cambusa, il cavo, ciurma, doge, piovasco, scandaglio, scirocco, topica (dal genovese) […] monegasco, rivierasco, scoglio (dal ligure); paciùgo (‘gelato’) […] bresaola, brughiera, capriata, casamatta, fedina, grappa, mascarpone, menabò, monatto, pirla (‘sciocco’), portineria, robiola, sbruffare, scartoffia, scocca, serramanico, topica (dal lombardo) […] calmiere, capriata, caseggiato, cotechino, farfugliare, fifa, fittavolo, fustella, gibigiana, impaperarsi, loggione, ossobuco, panettone, risotto, stracchino, tavolo, teppa (dal milanese); casamatta, cotechino, culatello, ocarina (dall’emiliano) […] baldacchino, capocchia, capocchio, grembiule, marmocchio, scarabocchio, il sor marchese, la sora marchesa, trangugiare, zanni (dal toscano), mascalzone (dal lucchese); (bere a) garganèlla (dal pisano) […] frocio, gattaro, iella, inghippo, maritozzo, pacioccone, il pappa, scanzonato, sciuscià, stranire, supplì (dal romanesco), tratturo (dall’abruzzese) […] ammainare, arrapare, calzone (gastr.), camorra, cannolicchio, carosello, citrullo, fesso, gliommero, inciucio, magliaro, mozzarella, pernacchio, pezzullo, pizza, scassare, sciuscià, sfarzo, sfizio, sfottò, sfuso, sommozzatore, vongola (dal napoletano) […] tarantismo, tarantola, tratturo (dal pugliese); abbuffarsi, cannolicchio, farfugliare, giuggiolena, ’ndrangheta (dal calabrese); abbuffarsi, abento, acanino, cannolo, cirneco [cernieco], favara, intrallazzo, mafia, mafioso, pantesco, picciotto, portasigari, puparo, salmoriglio, sciabica, tonnarotto (dal siciliano) […] can(n)onau, nuraghe, orbace, sardegnolo

MACROREGIONALISMI solo più […] comànda […] camporèlla […] limonàre […] pisquàno […] tampinàre […] tapparèlla […] stupidàta […] tè’ […] pomiciàta […] stracciaròlo […] scarriolante […] tiretto […] ammàzzete […] abbacchio […] pallonàro […] ṣgamàre […] tassinàro […] micragnóso […] sciacquétta […] fòra […] 1nòne […] mò […] palazzinàro […] pastarèlla […] recchióne […] spaparanzàrsi […] ca […] ué […] ‘a + compl. oggetto personale’ […] avvocatìcchio […] cazziàta […] consolo […] malafémmina […] minchiàta […] paisà […] sfruculiàre […] settimanìle […] stìdda […] 1strùscio […] carpétta […] imparàto […] tenere […]

MICROREGIONALISMI […] nèh […] cadrèga […] baùscia […] bigiàre […] fetenzìa […] scarrupàto […] cottoléngo […] gèrbido […] 3rùsco […] pompista […] ahò […] 1caciàra […] marchettàra […] pennichèlla […] sciroccàto […] zozzo […] voscènza […] carùṣo […] dammùso […] marranzàno […] picciòtto […] 2sciàra […] scasàto […] trazzèra s[…] sconóscere […] 2ṣbavagliàto […] 3pùnto […] me/te […] baccello […] bischero […] gommàio […] òstrega […] 3stòcco […]

Ci fermiamo qui, per esigenze di spazio. Ma il lettore è stato sufficientemente allertato perché possa continuare da solo, attivamente, nel rilevare i dati forniti dalla lessicografia sulla regionalità del lessico italiano e la sua derivazione diacronica, e poterli criticamente confrontare e verificare alla luce della propria competenza di italofono nativo.

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Antonio Romano
Antonio Romano
1 anno fa

Le mie considerazioni su questo bellissimo articolo sono di ordine vario (e possono essere di tono serio o provocatorio:-) Comincerei proprio dal primo passaggio evidenziato, perché è frequente sentir esprimere opinioni sulla lingua da parte di giornalisti, divulgatori, influencer etc. in tono sempre più puristico con rimandi (spesso frettolosi) al “dizionario” o alla “Crusca” come riferimenti normativi e fonti di giudizi definitivi e dirimenti, laddove la lessicografia nazionale e le opere descrittive della lingua (salvo casi particolari) sono -proprio al contrario- sedi di discussione e valutazione di modelli di lingua diversi, legittimati dall’uso di profili di parlanti (e scriventi) diversi.

Antonio Romano
Antonio Romano
1 anno fa

Nel secondo passaggio evidenziato si apprende un altro elemento importante: lo stato delle cose è cambiato nella seconda metà del Novecento (e sta cambiando sempre più velocemente). Il lessico sta evolvendo con l’inclusione sempre più frequente di forme regionali che sì, possono restare micro- o macro-regionalismi, ma sono talvolta promosse d’emblée nel lessico nazionale (penso a parole dell’enogastronomia e/o a espressioni diffuse proprio dalla letteratura o dai media: in particolare mi viene in mente la voce “cabbasisi” di Camilleri, ancora sconosciuta alle fonti della stazione lessicografica VoDIM).
Mi riferisco anche alla velocità di diffusione di nuove funzioni che assumono regionalmente espressioni come “piuttosto che…” (v. Bazzanella 1998) oppure “nel
senso che…” (Fiorentini 2019, De Stefani 2020) oltre che dei nuovi significati di cui si caricano numerose polirematiche e verbi sintagmatici come “mettere su” o “avercela su con…” che già normalmente sfuggono alla lessicografia tradizionale (v. De Mauro & Voghera 1996, Masini 2007, 2017).

Antonio Romano
Antonio Romano
1 anno fa

Vengo poi ai passaggi in cui si riconosce che “la componente fonologica e ortografica è praticamente assente” nella valutazione dei regionalismi e alle sezioni in cui si elencano e si distinguono gli usi locali. E qui penso subito a voci molto presenti nel mio orizzonte culturale, originario e quotidiano, che fa riferimento alla realtà salentina (effettivamente molto trascurata dalla lessicografia tradizionale, come prova anche l’assenza di un’etichetta regionale nel GraDIt che arriva a differenziare emiliano da romagnolo ma non salentino da pugliese!). Penso a voci come “panzerotto”, con referenti completamente diversi a Bari e a Lecce (dove non è “un grosso raviolo di pasta ripiena”, ma un impasto di patate e formaggio impanato e fritto, come il crocchè napoletano) o, ancora, a “lampagione” (Muscari comosum) lemmatizzato come “lampascione” (che induce una pronuncia non autentica, v. Romano 2020, e sdogana una forma grafica che persino molti semi-colti locali guardano con diffidenza).

Antonio Romano
Antonio Romano
1 anno fa

Aggiungo ancora una considerazione (e una nota di approvazione) al punto in cui si parla dei ‘doni’ che dalle lingue locali vengono alla lingua nazionale con riferimento al “bisogno di disporre di termini che presentano già lessicalizzati concetti invece espressi con giri di parole o sintagmi nella lingua nazionale”. Penso a quando la commissione di Toponomastica di un comune salentino ha deciso di intitolare alcune vie ai mestieri tradizionali e ha preso l’audace decisione di dedicarne una agli “zoccatori”, ritenendo che la lingua italiana fosse ormai abbastanza matura per accogliere una voce dialettale che si riferisce al mestiere di un operaio che non è né “spaccapietre” né “scalpellino”. La curiosità sta nel fatto che la parola dialettale “zoccatore”, dal nome dello strumento usato originariamente, lu zzoccu (una specie di piccone), è generalmente glossata in italiano anche da parlanti colti con un’altra espressione ritenuta impropriamente italiana: “cavamonti”. Di fronte alla scelta se usare questo pseudo-italiano o una voce più autentica perfettamente compatibile con morfologia e fonologia dell’italiano la commissione ha optato a maggioranza per la seconda, senza tema di essere tacciata di localismo, ma anzi proprio nella convinzione che l’italiano-lingua nazionale sia in grado di arricchirsi di elementi funzionali suggeriti da usi ‘periferici’.

Antonio Romano
Antonio Romano
1 anno fa

A “zoccatore” aggiungerei ancora almeno “pittagio” (impiegato nell’it. del parlante salentino colto e presente nelle guide turistiche di varie città del Sud della Puglia), come regionalismo di necessità, e sal. “àndita”, voce dalla radice lessicale ben latina (cfr. it. andito), che nell’it. reg. sal. indicata l’“impalcatura” (per la costruzione o il restauro di un edificio) e che si propone localmente, nell’italiano anche di parlanti colti, come alternativa alla comune voce nazionale, affiancandosi a “ponteggio”, oggi dirompente negli usi amm.vi, nonostante una diffusione regionale originaria di altre macro-aree. A questo punto sorgono due esigenze e si pongono due domande: 1) quella di valutare la profondità del radicamento diamesico del regionalismo (sollevata implicitamente nel post precedente: “zoccatore”, nel parlato comune, vs. “cavamonti”, nelle pubblicazioni a circolazione locale) [Quali sono gli accorgimenti che dovrebbe proporre il lessicografo per sottolineare quest’ulteriore sfumatura?]; 2) riconoscere e descrivere i limiti dell’estensione della geosinonimia [Come valutare in questi casi la frequenza d’uso? Come ridefinire le micro- e le macro-etichette in modo da includere una valutazione del registro stilistico (e della diamesia)?].

Antonio Romano
Antonio Romano
1 anno fa

L’articolo non si propone la finalità di ristabilire un equilibrio tra regionalismi, dialettalismi ed etichette relative né di raccogliere tutti i regionalismi ancora mancanti (come quel “minchia”, colpevolmente ignorato da molti dizionari, nonostante le riflessioni di Mario Alinei, qui più volte menzionato). Pur limitandosi a discutere quelle presenti nelle fonti lessicografiche più autorevoli e documentando quelle di De Mauro 2000 con opportune attestazioni letterarie, suggerisce esplicitamente anche una riflessione sui problemi di datazione e di etimologia. A questo proposito si presenta utilissimo anche il servizio avviato nel frattempo dai ricercatori di ArchiDATA – Archivio di (retro)datazioni lessicali (https://www.archidata.info) e ormai consultabile anche attraverso VoDIM, insieme agli archivi e agli strumenti messi a punto per le ricerche lessicografiche dell’OVI (http://www.ovi.cnr.it). Ma, come concludono gli autori, “il lettore è stato sufficientemente allertato perché possa continuare da solo”, con la necessaria cautela. Al ricercatore locale, indipendente, auguriamo infatti che possa contribuire alle successive imprese che saranno lanciate dai grandi specialisti di queste istituzioni, con l’auspicio che anch’essi guardino con attenzione sempre maggiore le opere lessicografiche locali e diano alla luce presto nuove fonti digitali di facile allestimento e consultazione che offrano anche un servizio affidabile in termini di etimologia delle parole (prossima e remota:-) in alternativa tanto alle schede pre-scientifiche di un troppo facilmente vituperato Pianigiani quanto a quelle del preziosissimo LEI (https://lei-digitale.it/), che restano di difficile lettura per un pubblico di non specialisti.