Alla ricerca della parola nascosta: dal cloze esce il testo

Carla Marello (a cura di) (1989), Alla ricerca della parola nascosta,

La Nuova Italia, Scandicci (FI), pp. 1-50.

Oltre (anzi più) che come mezzo di verifica della competenza linguistica, il cloze mi ha affascinato per la sua parentela con l’ellissi: in effetti le lacune di un cloze sono delle ellissi provocate artificialmente e quindi non contemplate dalla grammatica. Una lacuna provocata col cloze rende, in genere, l’enunciato che la ospita non grammaticale, mentre un enunciato con ellissi “naturali” (ad es. Io dormo in questa stanza e tu in quella) resta grammaticale. I meccanismi che portano al esplicitare che cosa è “omesso” in un enunciato ellittico e che cosa va inserito nella lacuna provocata dal cloze sono, però, gli stessi. […]

L’ellissi e il cloze hanno in comune un grande valore euristico, perché inducono (quasi costringono) a riflettere sul modo in cui la lingua “funziona”, portano a constatare che parole diverse non solo hanno ruoli e postazioni diverse, ma intrattengono legami forti, anche se non immediatamente visibili come gli accordi morfologici, con quanto precede e segue. […]

È un esercizio che tocca punti nevralgici perché è un esercizio per eccellenza testuale; la sua soluzione è profondamente legata alla capacità del lettore di cogliere l’intersezione di sintassi, semantica e pragmatica da cui nasce la testualità di una serie di enunciati. […]

Una […] dimostrazione del fatto che riempiendo le lacune i lettori seguono criteri testuali viene dalla coerenza delle reintegrazioni: una volta scelte le parole per riempire le prime lacune, il lettore si costruisce un’interpretazione del testo e riempie le successive in base a questa interpretazione. […] Leggere un testo bucato innesca comunque un processo di costruzione del senso globale. […]

Quando decide di rinunciare al comodo aiuto del caso e abbandona il cloze classico (cancellare una parola ogni x), l’insegnante deve pensare bene a cosa “mira”. Vuole che i suoi allievi dimostrino di saper fare delle deduzioni o delle inferenze? Che diano prova di conoscere le nominalizzazioni come dichiarazione, arrivo, inseguimento, che con una parola sola richiamano l’azione descritta nella frase precedente, oppure che dimostrino la loro creatività? […] La reintegrazione implica ragionamenti precisi […]

Fra gli elementi più importanti [della tecnica di cancellazione] ci sono i seguenti:
a) […] non bisognerebbe cancellare una parola che fa parte del “nuovo” dell’enunciato, che porti un’informazione mai esplicitamente menzionata in precedenza nel testo
b) È meglio evitare di cancellare molte parole in una sola parte del testo
c) Bisogna tenere presente che in generale reintegrare verbi è un’operazione relativamente più complessa che reintegrare nomi e aggettivi
d) Anche reintegrare congiunzioni che connettono frasi o avverbi di tempo che scandiscono lo svolgimento delle azioni è un’operazione difficile
e) La reintegrazione di articoli e pronomi può essere facilissima, ma anche insidiosa […]. Del resto l’interpretazione dei pronomi può costituire di per sé, anche quando non sono cancellati, una fonte di problemi, dalle elementari alle scuole superiori (cfr. Berretta 1981).

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