Le parole dell’italiano. Lessico e dizionari

Carla Marello (1996), Le parole dell’italiano. Lessico e dizionari, Zanichelli, Bologna.

[Estratto da pagg. 181- 184]

6.1. Una “via testuale” alla didattica del lessico

Negli ultimi dieci anni c’è stato un risveglio dell’interesse per l’insegnamento del lessico nella glottodidattica sia di lingua madre che di lingua straniera. Dietro questo interesse per il lessico non sta (solo) l’antica convinzione che “chi sa i nomi, sa le cose” e quindi chi sa più nomi, sa più cose, quanto la consapevolezza che in un mondo di immagini la scuola ha il compito di stimolare l’accrescimento del patrimonio lessicale degli allievi, soprattutto di quelli che al di fuori della scuola non hanno né incentivi alla lettura, né occasione di parlare con persone dal lessico vasto e preciso.

I programmi attuali della scuola italiana elementare e media inferiore, nei paragrafi dedicati alla riflessione sulla lingua, danno rilievo all’insegnamento del lessico […]. Negli stessi programmi si insiste sul processo induttivo, sulla lingua dell’uso, sulla dimensione sociolinguistica. […] Senza un lessico passivo, sia pur modesto, la comprensione dei testi non si raggiunge.

Però il lessico passivo e attivo di una persona si allarga attraverso la lettura, la manipolazione di testi, la conversazione con persone dal lessico non coincidente. Non è un circolo vizioso: è soltanto la constatazione che una didattica efficace del lessico non può che passare prevalentemente attraverso testi scritti e orali e pertanto parlare di “didattica del lessico” come di un momento separato dalla didattica di altri aspetti linguistici ha senso in pochissime occasioni.

Le liste di parole aventi qualche tratto morfologico o semantico in comune possono avere una loro validità didattica, come vedremo in seguito, ma non garantiscono una permanenza nel lessico dell’individuo dei vocaboli in esse inclusi. Soltanto quando dietro alle parole stanno concetti, processi, oggetti che interessano la persona si può avere qualche certezza sul fatto che una parola è entrata stabilmente nel lessico mentale.

Di fronte a questa labilità di risultati non conviene insegnare il lessico di per sé, ma è opportuno fare lessico e semantica mentre si fa riflessione sul testo, almeno alla fine gli allievi avranno comunque letto dei testi, avranno sperimentato delle tecniche di smontaggio e rimontaggio del testo, avranno visto in contesto la grammatica della parola e della frase.

Le parole in un processo di acquisizione naturale non si apprendono mai isolate, ma sempre almeno a coppie, se non a grappoli. È conveniente che gli allievi non si accostino a gruppi di parole in vitro, ma li vedano calati in testi ben scelti, così avranno maggiori motivi per ricordarle.

Infine l’approccio testuale è quello che meglio consente la ciclicità, essendo applicabile dalla scuola elementare alla secondaria superiore e oltre, con gradi diversi di approfondimento e complessità. […]

Per quanto concerne il lessico dei testi, poi, l’osservazione è doppiamente vera, perché conoscere il significato di una parola non significa affatto “conoscerlo tutto”: con l’età, lo studio e l’esperienza il patrimonio lessicale non dovrebbe aumentare solo quantitativamente, ma anche qualitativamente.

L’unica altra via efficace di arricchimento lessicale, da affiancare e alternare all’approccio testuale, è il gioco di parole, l’approccio ludico. È tuttavia un approccio che privilegia i parlanti di lingua madre e può rivelarsi frustrante anche per stranieri di livello avanzato, se proposto attraverso giochi “da risolvere”. Proporre giochi di parole con le loro soluzioni, per analizzarne i meccanismi, può invece essere divertente e utile per allievi di madrelingua inesperti e per stranieri.

Un apprendimento del lessico in situazione extrascolastica imbocca inevitabilmente la “via testuale” perché l’individuo in situazione di bagno linguistico non si imbatte mai in liste di parole, ma sempre e solo in testi. Le biografie di grandi uomini del passato ci raccontano che alcuni di loro, volendo imparare una lingua straniera, scrivevano un certo numero di parole su foglietti che poi mettevano in tasca e leggevano a più riprese nel corso della giornata, finché non le avevano imparate a memoria. È possibile che per queste figure dotate di grande volontà questo metodo abbia funzionato, ma il punto è un altro: se poi non fossero andati nel paese in cui si parlava la lingua straniera o non avessero letto molti testi scritti in quella lingua, sarebbero riusciti a ricordare a lungo quanto c’era nei foglietti?

0 0 votes
Article Rating
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments