Les Liaisons invisibles

Carla Marello (1990), Les Liaisons invisibles. Osservazioni preliminari, in “Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata (SILTA)”, anno XIX, n. 2, pp. 312-318.

[Estratto da pp. 312-313]

Anche se l’ellissi è stata indicata sempre, fin dall’inizio degli studi di linguistica testuale, fra i fenomeni coesivi, si può dire che ha avuto molto meno spazio della pronominalizzazione e dei connettivi; anzi la maggior parte degli studi sull’ellissi nei testi è incentrata sulla questione della possibilità/necessità di omettere il pronome personale soggetto, sul gapping o altri tipi di cancellazione in sintagmi o frasi coordinate. Come dire che l’ellissi viene studiata come effetto collaterale dell’uso di congiunzioni coordinative e come ultimo stadio della pronominalizzazione. Viene vista come l’anafora zero, la manifestazione dell’economia linguistica; è insomma un elegante optional, una riduzione che rende ancora più coeso un testo di per sé già abbastanza “tenuto insieme” da pronomi, congiunzioni, riprese con SN definiti ecc.

Questo atteggiamento fa pensare che i linguisti testuali, benché impegnati nel dimostrare i limiti della grammatica frasale, abbiano continuato a trattare le ellissi partendo da pregiudizi radicati nella grammatica frasale, incoraggiati dal fatto che le ellissi, a differenza di pronomi, connettivi e riprese lessicali, instaurano legami per lo più a corto raggio, raramente al di là del paragrafo.

Con la constatazione che le forme piene spesso non equivalgono funzionalmente alle forme ellittiche, con gli studi sull’articolazione tema-rema e con l’analisi del discorso orale si è diffusa una concezione non riduzionistica dell’ellissi. Questa concezione, oltre ad indurre i linguisti a considerare le ellissi come forme originarie (e non più soltanto come forme brevi secondarie rispetto ad una forma piena), ha comportato un riesame della funzione coesiva dell’ellissi.

Quando si accetta di considerare l’ellissi (anche) come espressione che non ha necessariamente alle spalle un modello di forma completa, diventa inevitabile far interagire questa espressione con ciò che la motiva, cioè con il resto del testo, in genere con il testo precedente l’espressione ellittica. E questo non tanto per trovare in praesentia quelle strutture sintatticamente complete (o completabili) di cui si dovrebbe poter fare a meno una volta abbracciata l’ottica non riduzionista, quanto per vedere con occhi nuovi la funzione necessariamente coesiva dell’ellissi.

0 0 votes
Article Rating
1 Comment
Oldest
Newest Most Voted
Inline Feedbacks
View all comments
Silvia Verdiani
Silvia Verdiani
1 anno fa

Estendendo l’analisi alla comunicazione digitale vale la pena di notare come ai piani per la referenza in presenza, simbolica e testuale si sovrapponga il dominio virtuale dell’apparato multimediale che accompagna i messaggi di testo e come sia spesso proprio quest’ultimo il vero referente dei diversi tipi di deissi e catene anaforiche, sostituendosi alla dimensione contestuale reale. Nei conglomerati di testo e immagine diffusi online sono rintracciabili tutte le più comuni forme di deissi – locale, personale, oggettuale – a modificarsi è però la loro funzione. Se analizziamo per esempio l’uso della costruzione passiva, una delle ragioni della sua scelta nella comunicazione monomodale può essere legata alla volontà del parlante di non nominare l’agente, nel caso della comunicazione digitale invece questo non è necessariamente vero dal momento che potrebbe non essere necessario verbalizzare l’agente – se non a rischio di fornire un’informazione ridondante – dal momento che esso è già presente nell’immagine, come emerge dal corpus in tedesco Flickr analizzato da Siever (2015, 278): file:///C:/Users/silvi/AppData/Local/Temp/msohtmlclip1/01/clip_image002.png
Marcus Wetzchewald (2012, 232) considera questo tipo di ellissi pragmatiche come un caso di deissi, sostenendo che il loro effetto è normalmente quello di creare un focus sulle informazioni che sono mancanti nel testo verbale, ma presenti nell’immagine (Zifonun et al. 1997, 415) che in questo modo vengono messe in primo piano. Come evidenzia Carla Marello (1989), considerare le ellissi come mezzi per stabilire la connessione testuale, significa inquadrare in modo positivo un aspetto linguistico che la tradizione ha considerato come una forma di omissione, di discontinuità. Il caso appena citato è illuminante da questo punto di vista perché permette di ricostruire attraverso la lettura dell’immagine la conoscenza del mondo dei parlanti, fondamentale per comprendere la funzione di connettore testuale delle ellissi: infatti, come evidenzia Marello (1989, 120): «This state-of-affairs configuration is kept as a reference basis in order to reveal which information is missing in the text.» Questo accade anche nel caso dei testi esclusivamente verbali attraverso quelle che Carla Marello in “Alice’s Omissions” definisce ghost-words: «in Carroll’s original text there is something more and that this ‘more’ is not (only) in the words actually used but in ghost-words which ‘appear’ to the reader, though they are not written.» (Marello 2012 [1994], 177; il corsivo è mio). Nel caso citato da Siever vengono dunque innanzitutto rispettate le regole di economia linguistica: si evita di verbalizzare le informazioni che la presenza dell’immagine renderebbe comunque ridondanti. Siever (2015, 281) considera in questo caso le relazioni fra testo e immagine come relazioni complementari, identificando i diversi tipi di deissi come rimandi diretti, ellissi e costruzioni passive come rimandi impliciti. Uno spunto molto utile che ci consente di fare alcune ipotesi su quale possa essere l’impatto linguistico funzionale di questa complessa rete di rimandi anche sul piano dell’analisi del testo e in che cosa esso differisca dalla modalità esclusivamente verbale.